Allarme democrazia

Solo il popolo del non voto non ha legittimato e non legittima gli indagati, i condannati, i condannati anche in definitiva, gli impresentabili, anche mafiosi, imposti dall’alto dalle segreterie dei partiti, ormai solo sporchi centri di potere.

Lettera aperta al Presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi.
La presente viene formulata con riferimento al post pubblicato in mattinata e subito scomparso, accompagnato da tanto di sua foto, con la quale, Presidente Berlusconi, invita gli elettori dei comuni interessati dalle elezioni in corso a votare per Forza Italia, ricordando loro come la nostra Costituzione definisce l’esercizio del voto un dovere civico. Formalmente ed astrattamente questo è vero. Omette, però, di ricordare loro la premessa più importante, quella costituita proprio dalla Costituzione la quale, proprio per garantire la democrazia, la libertà, la legalità e la giustizia, essenza stessa della democrazia, aveva previsto il voto a suffragio universale non solo come diritto ma anche, appunto, come dovere civico, Tutto perfetto in una democrazia sana, normale, quindi, anche l’esercizio del voto non solo come diritto ma anche come dovere civico. Diritto/dovere, quindi, per ogni cittadino, senza alcuna discriminazione, di scegliersi democraticamente e liberamente i propri rappresentanti ad ogni livello politico/amministrativo. Questa è la vera democrazia. Questa è la democrazia che i nostri padri costituenti ci hanno consegnato accompagnata dalla più bella Carta Costituzionale al mondo.
Purtroppo l’incapacità, l’incompetenza e la disonestà della quasi totalità della classe dirigente politico amministrativa e dei vari vari partiti susseguitisi al governo specialmente negli ultimi trenta/quaranta anni, durante i quali lei ne è stato uno dei principali protagonisti, ha notevolmente indebolito, fino a renderla solo apparente, la nostra ormai povera democrazia.
In questo frattempo gli italiani:
– han dovuto assistere a fenomeni come “mani pulite” che, in positivo, ha evidenziato la generale e sistematica corruzione dell’intera classe politica (ma non solo) che aveva portato per quei tempi ad una media annua di oltre 2000 le indagini di politici, con richieste di misure cautelari sempre accolte:
– han dovuto prendere atto, però, anche del trucco (stiamo parlando di giustizia) praticato dalla stessa “mani pulite” che, come nel gioco delle tre carte, consentiva che tutte le indagini di corruzione e di finanziamento illecito ai partiti del pool di cui sopra andassero sempre e tutte allo stesso GIP, Italo Ghitti, che abitualmente disponeva le richieste gravi misure cautelari;
– han dovuto prendere atto che queste operazioni, più che fare giustizia, avrebbero costituito un potente strumento giudiziario per stravolgere il sistema politico indagato creando, però, esclusivamente la strada per la discesa in politica negli anni successivi di gran parte di quei magistrati, in primis Di Pietro. Tutto questo, alla fine, perché nulla cambiasse per gli italiani;
– han dovuto prendere atto che l’operazione “mani pulite”, invece e nell’immediato, ha spianato la strada per la sua discesa in campo, Presidente Berlusconi, che, con la nuova formazione politica FI, peraltro costituita con l’importante apporto di Dell’Utri, colluso con la mafia e con i voti della mafia, ha avuto la meglio più che per merito, per istintiva repulsione da parte della maggioranza degli elettori avverso lo statu quo, avverso quanto “scoperchiato” (ma non per fini di giustizia) da “mani pulite”;
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Democrazie a rischio? Ecco gli strumenti per tutelarle secondo Idea. Il segretario generale Kevin Casas-Zamora ricorda che la libertà di stampa e le libere elezioni restano i mezzi efficaci per tutelare le democrazie

La spinta della democrazia si sta consumando in tutto il mondo, secondo un nuovo rapporto di Idea l’Istituto internazionale per la democrazia e l’assistenza elettorale.

I risultati mostrano che in più paesi ci sono derive autoritarie. Un quadro desolante che non vale solo per Paesi giovani e fragili, ma anche per nazioni di lunga data come l’India o gli Stati Uniti.

L’Europa mostra uno stato di salute in generale soddisfacente e Paesi come Slovenia e Moldova hanno fatto notevoli progressi. Tuttavia gli standard democratici anche nel Vecchio Continente tendono a un appiattimento verso il basso. Questo vuol dire che non sempre si registrano dei progressi e questo spiega anche il ritorno di alcune idee radicali.

Per il segretario generale di Idea Kevin Casas- Zamora, tale insoddisfazione si manifesta in atteggiamenti politici molto stridenti che trovano il proprio capro espiatorio in alcune parti della popolazione e abbracciano in particolare il messaggio dei partiti di estrema destra

La libertà di stampa come libere elezioni e equilibrio restano gli strumenti per la tenuta democratica di una società. Ma il patto democratico deve essere rinnovato attraverso iniziate cittadine, assemblee attivismo giovanile”.

Gli esempi di democrazia sotto schiaffo o minacciata o assolutamente mancante sono all’ordine del giorno. Il rapporto insiste sul fatto che bisogna rimanere vigili perché la democrazia resta fragile e non in miglior salute rispetto agli anni Novanta del secolo scorso.

Sassoli: “Democrazia a rischio. Misure drastiche contro i populisti: dobbiamo lasciarli senza fondi”
Intervista al presidente del Parlamento europeo: “Siamo di fronte a un vero salto di livello, a un attacco ai nostri valori. Serve una reazione molto ferma”

BRUXELLES – “La democrazia non si conquista una volta per sempre. Anzi, la democrazia liberale, come ha scritto Ernst Wolfgang Böckenförde, vive su “presupposti che non è in grado di garantire” con il suo solo ordinamento. La democrazia richiede una cultura, un’etica condivisa”. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, lancia l’allarme. Un certo “degrado morale” sta attraversando l’Europa e rischia di comprometterne le basi democratiche.

David Sassoli, un presidente antifascista che ha preso posizione per l’accoglienza dei migranti

Superato il momento di smarrimento e di preghiera, quanti lo abbiamo conosciuto sentiamo il dovere di contribuire insieme a tanti altri a tenere in vita, ancora con noi, un professionista serio, un politico attento capace di andare oltre la contemplazione dei bisogni per realizzare e dare concretezza al rispetto di ogni persona umana e alla promozione della dimensione comunitaria della vita in alternativa agli egoismi di singoli e anche degli Stati e alla soffocante appartenenza a gruppi chiusi.

Ricordo, ancora, il rammarico di essere stati costretti ad annullare un nostro incontro pubblico su migrazione e diritti fissato a Como il 10 marzo del 2020 a causa dell’esplosione della pandemia. E proprio in tempi di pandemia David è stato un protagonista del nuovo corso dell’Unione europea, non più presente soltanto nella dimensione monetaria e finanziaria, ma attenta ai diritti di tutti a partire dal diritto alla salute.

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Fabrizio Tonello
Il pianeta è a rischio perché le democrazie sono a rischio
di Anna Spena 27 novembre 2019
Nel libro “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza” di Fabrizio Tonello, professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova, l’autore si interroga: “Perché alcune società prendono decisioni disastrose?”. Undici capitoli intesi per capire come e perché viene prodotta tutta questa “ignoranza diffusa”
La democrazia è veramente a rischio? «Certo», dice Fabrizio Tonello, professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova, che ha pubblicato il libro “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza”.

Un volume da leggere, che parte dal dibattito su ignoranza e democrazia e poi esamina il funzionamento dei media nel loro complesso. E poi i processi di infantilizzazione degli adulti, post – verità e fake news. Si indaga sul successo di leader politici come Donald Trump e Boris Johnson. Della scuola che rimane un’emergenza educativa forte. «Il nostro pianeta è a rischio», scrive Tonello. «Le democrazie sono a rischio. Il pianeta è a rischio perché le democrazie sono a rischio. Questa forma di regime politico sembra non garantire più le necessarie capacità di autogoverno alle comunità umane che non vogliono sparire. La domanda a cui bisogna rispondere è: “Perché alcune società prendono decisioni disastrose?”. Undici capitoli intesi per interrogarci su come e perché viene prodotta tutta questa “ignoranza diffusa”.

Libro Tonello
La democrazia è veramente a rischio?
Certo. la deriva oligarchica delle democrazie industriali sembra oggi presentarsi in due versioni: una che propone l’autoritaritarismo “soft” dei partiti tradizionali e delle istituzioni sovranazionali e una che offre l’autoritarismo apertamente xenofobo e violento dei partiti populisti. Il rischio di nuovi successi per questi ultimi è tutt’altro che remoto e si basa sulle stesse condizioni strutturali che facilitarono l’ascesa del fascismo e del nazismo tra le due guerre mondiali. Fascismo e nazismo erano figli della crisi: delusione e scontento in Italia dopo la Prima guerra mondiale, disoccupazione di massa in Germania dopo l’inflazione del 1923 e il crack di Wall Street nel 1929. Soprattutto, confusione, disorientamento, paura: le società sottoposte a gravi stress per lunghi periodi finiscono per accettare qualsiasi cosa. L’espressione sociale del rancore verso le élite tradizionali è oggi improvvisa, e il “contenimento” dei movimenti fascistoidi in Germania, Francia e Spagna che sembra aver funzionato finora può benissimo trasformarsi nel crollo dei vecchi partiti alle prossime elezioni.

Come si contrasta la “produzione sociale dell’ignoranza?”
Creando dei movimenti di massa per difendere la scuola e la cultura, soprattutto in luoghi neutrali e collettivi come le biblioteche pubbliche. Combattendo ciò che Roberto casati definisce il “colonialismo digitale” in tutte le sue forme.

Ma che cosa significa essere ignoranti oggi?
Basta guardare su Youtube i video di Toninelli, Di Maio, Borgonzoni e altri per capirlo…

Come viene prodotta dalla società l’ignoranza diffusa?
Prima di tutto c’è un problema generale, che riguarda gli esperti: l’accresciuta tribalizzazione dei saperi, sempre più specialistici e chiusi in aree incomunicanti fra loro; chi si occupa di diritto amministrativo a stento capisce il gergo di chi studia diritto costituzionale, e viceversa. Ancor peggio nelle scienze della vita. Questo provoca, anche ad alto livello, una vera e propria ignoranza della dimensione sistemica dei problemi: il cambiamento climatico non è un problema dei metereologi ma richiede l’intervento di scienziati di ogni tipo e di politici lungimiranti, questi ultimi ormai estinti, come i dinosauri 60 milioni di anni fa. A livello del grande pubblico, invece, dobbiamo constatare l’abbandono della scuola, o la sua trasformazione in un puro percorso di addestramento al lavoro, che ostacola in ogni modo la formazione di un sapere critico. Ci sarebbe anche da riflettere sulla sciagurata mania delle novità, che pretende di migliorare la didattica introducendo le tecnologie digitali, che hanno già di per sé effetti negativi sulle capacità di concentrazione e di apprendimento: su questo si veda il libro di Roberto Casati “Contro il colonialismo digitale”

Qual è la relazione tra mass media e democrazia?
In Italia, il populismo è stato creato dalle televisioni commerciali e, in particolare, dalla Fininvest. I talk show politici non hanno migliorato la situazione. In Italia ce ne sono a dozzine e il logoramento del format è palese: sempre più i conduttori devono invitare ospiti a sorpresa o personaggi stravaganti nel tentativo di rubare qualche punto di share ai concorrenti. La loro proliferazione, in realtà, ha poco a che fare con la passione politica e molto con le esigenze industriali della televisione, che è un medium costoso da gestire. Il vantaggio dei talk show è che riempire un’ora di chiacchiere fra giornalisti e politici costa soltanto lo stipendio del conduttore: gli ospiti vengono ben volentieri gratis. La formula di Porta a Porta e altri prodotti simili è quella di usare la politica come spettacolo, facendone una forma di intrattenimento, non di partecipazione, e incentivando la passività del pubblico. Le questioni politiche vengono personalizzate (oggi Di Maio avversario di Salvini dopo essere stato un suo fedele alleato, ieri Renzi contro Bersani e Prodi contro Berlusconi). Si crea una nuova forma di cultura popolare: le celebrità vengono politicizzate (calciatori, attrici e cantanti vengono invitati a esprimere le loro opinioni) mentre i politici di prima fila rafforzano la loro popolarità mostrandosi esperti di cucina piuttosto che di calcio. Nei talk show c’è un movimento fluido tra intrattenimento e politica, una situazione in cui Silvio Berlusconi e Donald Trump, con le loro performance da consumati uomini di spettacolo, sono un ottimo esempio. Per il dibattito politico razionale, per il funzionamento della democrazia rappresentativa questo però è devastante.

Cosa ha comportato lo svuotamento delle classi medie?
Partiamo dal fatto che l’industrializzazione, l’espansione della burocrazia statale e, più tardi, l’espansione del welfare state avevano creato “nuove” classi medie impiegatizie che contavano sulle proprie capacità per fare carriera, in particolare verso posizioni lavorative con maggiore autonomia (dirigenti di medio livello sia nel settore pubblico che privato, ingegneri e altri specialisti). Fungendo da settore trainante delle economie di mercato per gran parte del ventesimo secolo, la produzione industriale di massa aveva creato le condizioni economiche per l’espansione della classe media. La novità dell’ultimo quarto di secolo è il fatto che proprio manager e tecnici di medio livello sono stati invece colpiti duramente dalle chiusure, ristrutturazioni e delocalizzazioni nell’industria oppure dal blocco delle carriere e delle assunzioni nei servizi pubblici. Mentre alcuni specialisti si salvavano perché situati in posizioni chiave, o addirittura salivano verso posizioni dirigenziali, la grande maggioranza doveva accettare un peggioramento delle condizioni di lavoro, quando non il licenziamento, o il cambio di impiego. La tendenza alla polarizzazione ai due estremi della scala sociale si può constatare anche nelle vecchie classi medie superiori, quelle delle professioni liberali riconosciute e protette da ordinamenti corporativi: avvocati, medici, architetti. Per tutti costoro mantenersi in una condizione di relativo privilegio, malgrado le protezioni di legge, è diventato sempre più difficile. A un’estremità stanno i professionisti ben inseriti a livello politico, o in grado di lavorare all’estero, con redditi elevati e ottime prospettive di carriera. Al polo opposto stanno i giovani laureati, destinati a lunghe fasi di precariato, di lavoro gratuito o sottopagato, di incertezza sul futuro, quando non di rinuncia al mestiere per cui avevano studiato. Inutile dire che questo gruppo include la maggioranza dei professionisti. Fino a ieri si pensava che l’economia della conoscenza, spesso descritta come un paradiso della creatività, in cui giovani inventori davano vita a nuovi servizi, nuovi gadget e nuove possibilità di comunicazione, producesse una nuova classe media, dinamica e in rapida ascesa. Questo storytelling oggi non ha più alcuna credibilità.

Le diseguaglianze che mettono a rischio la democrazia
PIERGIUSEPPE FORTUNATO 19/01/2021
I tumulti di Washington hanno acceso i fari sul funzionamento delle istituzioni quando i livelli di diseguaglianza sono elevati. Per evitare che il fenomeno possa mettere a rischio la democrazia bisogna riconoscere le cause del malcontento.

Il tweet della discordia

Un tweet di Fabrizio Barca a commento dei tumulti di Washington del 6 gennaio ha generato un notevole fermento nel nostro paese. Secondo Barca le diseguaglianze sociali spiegherebbero, almeno in parte, la rabbia esplosa in quei giorni, e più in generale l’emergere del trumpismo negli Stati Uniti. I golpisti di Washington rappresenterebbero dunque la punta di un iceberg e non un fenomeno isolato e ascrivibile agli eccessi del momento e alla mancanza di responsabilità del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Una lettura attenta della letteratura economica e politica in materia ci suggerisce che Barca ha probabilmente ragione in linea generale, ma anche che la questione è parecchio più complessa: per cogliere il nesso tra diseguaglianza e malcontento occorre andare oltre gli indicatori tradizionali e aggregati, come ad esempio l’indice di Gini, e capire quali diseguaglianze contino e perché. Questo potrebbe fungere anche da bussola per facilitare l’individuazione di politiche economiche efficaci.

Un’occhiata alla letteratura

Nel discutere le virtù e la fragilità delle istituzioni democratiche, quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville ci aveva già messo in guardia sulla loro (dis)funzionalità in società caratterizzate da elevate diseguaglianze. Secondo Toqueville, in società disuguali le istituzioni democratiche rischiano di generare un’eccessiva pressione redistributiva, una sorta di “tirannia della maggioranza”, che metterebbe a serio rischio la protezione dei diritti di proprietà. Sulla stessa lunghezza d’onda, la letteratura moderna in materia di politiche fiscali endogene (qui e qui) suggerisce che, in presenza di diseguaglianze elevate, i sistemi democratici possano scegliere livelli di tassazione non ottimali e distorcere dunque gli incentivi all’imprenditorialità individuale.

C’è poi un ulteriore canale, speculare e contrario, evidenziato di recente da Thomas Piketty. L’autore del Capitale nel XXI secolo sottolinea come la diseguaglianza possa influire negativamente sul funzionamento della democrazia anche per i comportamenti esercitati da chi si trova nella coda destra della distribuzione. Livelli estremamente elevati di diseguaglianza, infatti, aumenterebbero il rischio di “cattura” delle istituzioni da parte dei più ricchi, minacciando uno dei pilastri delle moderne democrazie liberali: il principio di rappresentanza politica.

Tuttavia, negli ultimi anni, gli indici convenzionali di diseguaglianza si sono rivelati un indicatore inadeguato a prevedere il malcontento politico e sociale nelle democrazie occidentali. In Francia, ad esempio, dove a differenza che in altri paesi occidentali la diseguaglianza misurata dal coefficiente di Gini è rimasta relativamente stabile negli ultimi anni, le proteste di massa dei “gilets jaunes” hanno monopolizzato il quadro politico per lunghi mesi prima che il Covid-19 si prendesse la scena. Analogamente, in Germania nel 2017 il movimento estremista Alternative für Deutschland è entrato per la prima volta nel parlamento federale raccogliendo il 12,6 per cento dei voti e diventando il principale partito di opposizione nonostante un sistema tributario fra i più progressivi dell’Eurozona, in grado di mantenere livelli di diseguaglianza relativamente bassi.

Leggi anche: Lotta alla corruzione al tempo dei big data
Alle origini del malcontento

Per capire il crescente malcontento dobbiamo invece guardare ad altri indicatori di diseguaglianza. Alla distribuzione funzionale del reddito, ossia il rapporto fra salari e profitti, ad esempio, che si è decisamente modificata a vantaggio degli ultimi, specie dopo il cambio millennio. Ciò è in parte dovuto alla stagnazione dei salari reali, che sono cresciuti a un ritmo decisamente inferiore rispetto alla produttività del lavoro in tutte le grandi democrazie occidentali, ma si spiega soprattutto con la scomparsa (e la conseguente scarsità) di posti di lavoro stabili e ben retribuiti. I cambiamenti tecnologici occorsi negli ultimi decenni hanno infatti colpito milioni di addetti alla produzione, impiegati e agenti commerciali con livelli medi di educazione (cioè il completamento delle scuole secondarie) e le cui competenze sono divenute innecessarie. La globalizzazione economica e la crescente concorrenza di paesi emergenti come la Cina hanno poi ulteriormente accelerato il processo di deindustrializzazione in innumerevoli centri di produzione dell’occidente democratico. La crisi quasi irreversibile di una città come Detroit ne è l’immagine più evidente.

Non a caso diversi studi rilevano una chiara correlazione fra il deterioramento del tessuto produttivo imputabile alla concorrenza commerciale e il sostegno per movimenti populisti o nazionalisti. I voti raccolti da Trump nelle elezioni presidenziali del 2016, ad esempio, sono fortemente correlati all’entità degli shock commerciali subiti dalle diverse comunità derivanti da una maggiore integrazione economica con la Cina. Inoltre, distretti elettorali con industrie più vulnerabili alle importazioni cinesi hanno anche eletto rappresentanti al Congresso che in media assumono posizioni più polarizzate, sia tra repubblicani che democratici. Risultati simili valgono per l’Europa, dove gli shock economici e commerciali sono stati esplicitamente associati al diffondersi di sentimenti euroscettici. La penetrazione delle importazioni cinesi, in particolare, si è rivelata fortemente associata al sostegno per la Brexit nel referendum del 2016 e all’emergere di partiti nazionalisti nell’Europa continentale.

Queste dinamiche emergono con chiarezza anche guardando a indicatori della distribuzione individuale del reddito sensibili alla parte media della distribuzione più che ai suoi estremi (come, ad esempio, il rapporto fra il decimo e il quinto decile) e che meglio riflettono rispetto al semplice coefficiente di Gini il peggioramento delle condizioni di vita della classe media, la più colpita dai cambiamenti nella struttura e nella geografia della produzione su scala globale.

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Allo stesso tempo sono diventate più evidenti anche le conseguenze dei processi di localizzazione, e dunque le diseguaglianze geografiche, che si manifestano sempre più chiaramente nella segmentazione tra centri urbani prosperi e cosmopoliti e comunità rurali, piccole città e aree urbane periferiche in difficoltà. In un mondo ormai sempre più specializzato, e in cui l’accesso alla tecnologia e la conoscenza sono fattori di produzione di primaria importanza, essere vicini a chi è all’avanguardia offre notevoli vantaggi. Solo chi ha la fortuna di vivere in centri urbani dinamici e innovativi infatti gode di opportunità di crescita, che sono invece negate a chi risiede in aree periferiche.

Nel caso specifico degli Stati Uniti è importante sottolineare come ad alimentare le tensioni legate ai cambiamenti occorsi negli ultimi decenni vi siano anche fattori storico-culturali specifici. Oltreoceano, infatti, spesso le diseguaglianze economiche e geografiche coincidono e si sovrappongono a differenze etniche e culturali: la popolazione di colore in particolare tende a vivere in condizioni economiche più disagiate e in aree urbane periferiche. Queste cosiddette diseguaglianze orizzontali (o diseguaglianze tra gruppi culturalmente definiti) possono generare un risentimento profondo e minare le basi della convivenza democratica.

Dall’analisi politica alla politica economica

Riconoscere le cause del malessere diffuso che colpisce le democrazie occidentali, e che ci fa sembrare la profezia di Francis Fukuyama oggi più lontana che mai, rappresenta una condizione necessaria per poterlo risolvere, o quantomeno per limitarne gli effetti sulla stabilità delle nostre istituzioni. Emerge dunque il bisogno di pensare a politiche del lavoro attive per contrastare gli effetti del processo di deindustrializzazione, insieme a nuove regole commerciali a livello globale che possano ribilanciare i rapporti di forza fra paesi e fra paesi e gruppi economici dominanti (la crisi dell’Organizzazione mondiale del commercio rappresenta un’opportunità da non perdere in questo senso) e a misure “place-based” che favoriscono lo sviluppo locale nelle aree più remote.

La discussione è già in essere nella comunità accademica, ma va estesa all’opinione pubblica e alla politica affinché si possa passare dalla fase di analisi all’attuazione effettiva di misure di politica economica che sono oggi più urgenti che mai.

Lavoce è di

an dovuto prendere atto che lei::::::::

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